XVII Forum Internazionale di Greenaccord. Papa Leone XIV: “Oltre i dati tecnici, servono un’educazione del cuore, abitudini nuove, stili comunitari, pratiche virtuose”
Il Messaggio di Papa Leone XIV al XVII Forum Internazionale di Greenaccord in corso a Treviso: “Oltre i dati tecnici, servono un’educazione del cuore, abitudini nuove, stili comunitari, pratiche virtuose”
È stato proprio il vescovo, mons. Michele Tomasi, a leggere, all’inizio della sessione pomeridiana di venerdì 20 marzo, il telegramma ricevuto dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, che riporta il messaggio del Santo Padre.
Papa Leone ha espresso il “vivo compiacimento” per l’iniziativa. Il Pontefice sottolinea come la cura della casa comune non possa essere delegata esclusivamente a soluzioni tecnologiche. Riprendendo il punto 7.3 della Lettera Apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, ricorda che “la responsabilità ecologica non si esaurisce in dati tecnici. Essi sono necessari, ma non bastano. Occorre un’educazione che coinvolga la mente, il cuore e le mani; abitudini nuove, stili comunitari, pratiche virtuose”.
Il messaggio sprona i partecipanti, inoltre, a “favorire un ambiente sociale rispettoso e inclusivo”. L’obiettivo indicato è chiaro: “Affrontare insieme le crisi attuali, per garantire un futuro migliore alle nuove generazioni”.

“Accogliamo con grande gratitudine il messaggio del Santo Padre, che coglie in modo profondo il senso del lavoro che stiamo portando avanti qui a Treviso. La transizione ecologica non può essere ridotta a una questione tecnica: è prima di tutto una sfida culturale, educativa e comunitaria, che riguarda il nostro modo di vivere, di informarci e di costruire relazioni. – ha dichiarato Alfonso Cauteruccio, presidente di Greenaccord – “In questo senso, il ruolo dei giornalisti è decisivo: non si tratta solo di raccontare i dati o le emergenze, ma di contribuire a formare coscienze, a generare consapevolezza e a orientare scelte più responsabili. È proprio questo lo spirito del Forum Greenaccord, che da anni lavora per mettere in dialogo informazione, etica e sostenibilità, nella convinzione che solo insieme possiamo costruire un futuro più giusto per le nuove generazioni.”
Il Santo Padre, infine, “assicura un ricordo nella preghiera e invia di cuore la Benedizione Apostolica che volentieri estende a tutti i presenti”.
L’intervento Building Future Together al XVII International Forum for Information on Safeguard of Nature, presso la Sala Conferenza della Camera di Commercio di Treviso – Belluno Dolomiti
“Eccellenza
Stimate Autorità ed Accademici
Gentili Signori e Signore,
Nel contesto del Building Future Together – XVII International Forum for Information on Safeguard of Nature, la riflessione che oggi inauguriamo si colloca entro un orizzonte di singolare intensità spirituale ed ecclesiale: questo Forum ricade nell’Anno Giubilare Francescano, indetto da Papa Leone XIV per l’ottocentesimo anniversario del Transito di Francesco d’Assisi. Così, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027 la Chiesa intera è chiamata a fare esperienza di un tempo di grazia che si offre come ideale continuità e concreto approfondimento del Giubileo ordinario del 2025, scoprendo sempre più nel Santo di Assisi una sequela Christi che si fa incessabile ricerca della pace.
In tale cornice, la stessa concessione dell’indulgenza plenaria non va intesa come mero dato disciplinare, bensì come segno di una pedagogia spirituale: la Chiesa, mentre si incammina nella via della conversione evangelica, intende trasformare l’evento interiore della riconciliazione in una forma pubblica di presenza nel mondo, forte nella mitezza, capace di generare pace, di disinnescare l’ostilità, di ricostruire legami, di custodire la casa comune come dimora condivisa dai popoli e dalle culture. È eloquente, in tal senso, che la grazia di questo anno speciale – pur rivolta in modo particolare alle Famiglie francescane, agli Istituti di vita consacrata, alle Società di vita apostolica e alle Associazioni che osservano o si ispirano alla Regola del Poverello – si estenda a tutti, senza distinzione, e raggiunga persino chi è impedito dal muoversi: anziani, malati, e quanti, per gravi motivi, non possono uscire di casa. Qui si intravede la grammatica del francescanesimo: nessuno è escluso dalla speranza; nessuno è estraneo alla responsabilità; nessuno è scartato nella costruzione della nostra casa comune.
L’evento che oggi ci riunisce assume, pertanto, il carattere di una soglia: non soltanto occasione di scambio di informazioni e confronto, ma luogo di discernimento e di azione, in cui la tutela della natura, ricondotta alla sua radice più profonda, spirituale e relazionale, si fa cultura in dialogo con le culture. Se costruire futuro insieme è il nostro orizzonte dichiarato, esso richiede anzitutto il “varcare la soglia” e l’“entrare in una casa nuova”: condizioni senza la quali la custodia del creato rischia di oscillare tra l’ideologizzazione e il tecnicismo, tra l’enfasi emotiva e la freddezza procedurale, tra la retorica edificante e la gestione priva di anima.
Se pensiamo a questo “varcare la soglia” e al conseguente “entrare in una casa nuova”, l’ottocentesimo del Cantico delle Creature, appena trascorso, si impone non come ricorrenza da archiviare nella memoria, ma come l’occasione propizia per ritrovare e ridire un logos, una parola, capace di generare inclusione e comunione. Il Cantico non consegna semplicemente un sentimento della natura: consegna parole umane che danno vita ad una postura spirituale e intellettuale che, sottraendo l’humanum ad una possibile autoaffermazione proprietaria e predatoria, lo collocano in una permanente vocazione alla “custodia”. Chiamare “fratello” e “sorella” ciò che non si possiede e non si preda è un atto di altissima “custodia”: significa riconoscere che la realtà è anzitutto relazione e che l’essere, prima di essere risorsa da sfruttare e consumare, è dono da riconoscere ed accogliere. Da qui nasce la dimensione autenticamente filosofica del francescanesimo: non una teoria astratta, ma una metafisica della comunione, dove il potere è l’empowerment dell’altro, la libertà non coincide con l’arbitrio e la potenza non coincide con il dominio, bensì con la capacità di servire la vita, proteggere il fragile, rendere praticabile il bene comune attraverso l’ascolto e il servizio.
La metafisica della comunione che attua la permanente vocazione dell’humanum alla “custodia” possiede una sorprendente rilevanza pubblica, perché illumina la crisi ecologica nel suo nucleo più vero. Laddove l’humanum si considera padrone assoluto, la terra diventa oggetto; e dove la terra diventa oggetto, l’altro diventa inevitabilmente strumento. Perciò la tutela della natura, se vuole essere più di una reazione emotiva o di un adempimento tecnico, domanda una cultura: una cultura della custodia, che restituisca misura al desiderio e dignità al limite, riconoscendo che il limite non è impoverimento, ma condizione dell’armonia. In questa prospettiva, la minorità francescana non è deresponsabilizzazione, ma gentilezza: è l’umiltà, la conoscenza vissuta dell’humus, che non rinuncia alla verità di quest’ultimo, ma si rifiuta di trasformarla in arma; che non abdica alla competenza, ma la trasfigura in servizio; che non semplifica il reale per dominarlo, ma lo abita con pazienza e discernimento.
In tale contesto, le nuove frontiere della tecnica, e in particolare dell’intelligenza artificiale, entrano in gioco non come semplice tema laterale, ma come banco di prova della nostra maturità antropologica. La tecnologia, infatti, non è neutra per il modo in cui viene pensata, realizzata ed assunta: può diventare alleata della custodia o acceleratore dello scarto; può ampliare la conoscenza o favorire l’esclusione; può sostenere decisioni più informate o ridurre la responsabilità personale e collettiva, se la delega alla macchina diventa sostituzione della coscienza. La lezione francescana offre a tal proposito un metodo di discernimento essenziale: ogni potenza va giudicata non soltanto per ciò che produce, ma per le trasformazioni che induce nell’humanum. Se una tecnologia raffina l’efficienza ma impoverisce la relazione, essa ferisce la radice stessa della vocazione alla custodia; se aumenta la velocità ma riduce la sapienza, trasforma il progresso in dissipazione del futuro; se concentra il potere e marginalizza i vulnerabili, aggredisce ed oscura la dignità, che è il fondamento di ogni ordine umano. L’esperienza francescana spinge quindi verso quella che possiamo chiamare un’intelligenza integrale: non un correttivo affannosamente cercato dopo, ma un orientamento capace di incidere sul prima, sulle scelte di progettazione, sui modelli di governance, sulla trasparenza, sulla tracciabilità delle decisioni, sulla responsabilità effettiva di chi dispone degli strumenti e dei dati. È, in altri termini, un’esigenza di custodia della tecnica, affinché la tecnica possa divenire autentico strumento di cura e progresso.
Quando la tecnica è custodita dalla sapienza, essa può cooperare in modo decisivo nella comprensione delle interdipendenze ecologiche, nella prevenzione di rischi, nell’ottimizzazione di risorse, nella riduzione degli sprechi, nel sostegno a politiche più informate e più giuste. Ma questa cooperazione ha bisogno che la finalità da raggiungere resti il bene comune e che il criterio di scelta resti la dignità, cioè la protezione della persona, la cura delle sue fragilità, e la salvaguardia delle condizioni concrete che onorano la dignità della vita umana. Ciò implica, inevitabilmente, un ripensamento dell’ordine delle priorità: non basta “fare di più”, occorre “fare meglio”; non basta “innovare”, occorre orientare; non basta “gestire l’emergenza”, occorre prevenire, cioè agire sulle cause culturali che trasformano la casa comune in territorio di appropriazione, di sfida e di scontro violento.
Il logos del Cantico si rivela così come spiritualità del dialogo e, dunque, come “diplomazia delle culture” nel senso più alto. Perché il nodo del nostro tempo non è solo la pressione sugli ecosistemi, ma la perdita di fiducia tra popoli, generazioni, comunità. Il dialogo, qui, non è “cosmetica del consenso”: è disciplina della verità, scoperta della vocazione alla custodia e perseguimento della pace. È rifiuto della demonizzazione – che è sempre la liturgia preliminare della violenza – e accoglienza dell’altro nella sua inalienabile dignità. La collaborazione comune non è il “paternalismo dei sazi”: è l’interconnessione dove nessuno si salva da solo. La conoscenza reciproca non è “spionaggio” né “voyeurismo”: è metodo e criterio, perché disinnesca gli stereotipi a servizio della (presunta) superiorità identitaria e impedisce che la pluralità diventi una trincea in perenne guerra d’attrito.
Il logos del Cantico spinge la stessa politica, nazionale e internazionale, a rifuggire la superficialità e ad impegnarsi, in modo poliedrico, nella co-costruzione sostanziale della casa comune, convergendo sui principi, prendendosi cura dei vulnerabili, ascoltando le periferie, alimentando il “patto tra le generazioni”. Senza questa grammatica culturale, anche le migliori soluzioni tecniche si rivelano fragili; con essa, anche gli strumenti imperfetti possono essere orientati a un cammino di giustizia.
In un Forum che invita a costruire futuro insieme, la comunità culturale e scientifica non può misconoscere che il sapere costruito insieme genera servizio. E che il servizio consiste non solo nel dire dei contenuti, ma nel dare il processo con cui giungervi. Non è soltanto elaborare soluzioni ad hoc, ma educare le coscienze. Non è fermarsi alle quantità, ma chiamare alla qualità. La vocazione universitaria, quando è autentica, è un laboratorio di interpretazione performativa del reale: un luogo in cui la differenza non è tollerata come inconveniente, ma valorizzata come risorsa di comprensione; un luogo in cui l’internazionalità non è mero utilitarismo, ma esercizio di umiltà intellettuale; un luogo in cui la ricerca condivisa e la responsabilità corale diventano prova concreta di quella co-costruzione che il logos del Cantico esprime e domanda con il suo stile ospitale ed aperto all’ospitalità.
Con tale stile, il logos del Cantico manifesta che la pace con la terra e la pace tra gli uomini sono un unico lavoro. Là dove il creato è ferito, la società si frantuma; là dove la dignità è umiliata, la natura diventa preda; là dove la relazione è corrotta, la tecnica diventa potere che separa. Al contrario, là dove la vocazione alla custodia diventa norma interiore e prassi pubblica, il futuro è reso abitabile, perché alla crudeltà subentra la gentilezza dell’alleanza tra scienza e coscienza, tra innovazione e prudenza, tra libertà e responsabilità, tra identità e dialogo. È in questa gentilezza che la spiritualità del creato rivela la sua altezza propriamente francescana: non un’evasione dal reale, ma un ritorno al reale; non una fuga dalle contraddizioni, ma un loro attraversamento con mitezza forte; non una cancellazione dell’umano, ma la sua liberazione dall’idolatria del possesso e dalla tentazione della supremazia.
In conclusione, “custodire” è la parola poliedrica che l’Anno Giubilare Francescano, il Cantico e questo Forum ci consegnano. Custodire il creato come atto di giustizia; custodire l’altro nella sua inalienabile dignità; custodire la scienza perché resti sapienza; custodire la tecnica perché resti strumento; custodire il futuro come alleanza tra generazioni. Custodire è parola semplice e vertiginosa, perché implica una trasformazione: la potenza in servizio, l’efficienza in equità, la conoscenza in responsabilità, l’interesse in bene comune. Se il Transito del Santo di Assisi ci ricorda che la vita umana raggiunge la sua pienezza quando è donata, e se il Cantico ci insegna a nominare il mondo come fraternità e non come proprietà o preda, allora “costruire futuro insieme” non potrà mai essere soltanto un obiettivo operativo affidato al fare: dovrà diventare uno stile dell’anima e delle istituzioni, una diplomazia della pace che comincia nel linguaggio, si prova nella collaborazione, si verifica nella tutela dei fragili. Uno stile dell’essere.
In questo Anno di San Francesco, mentre la Chiesa invita a diventare, sul suo esempio, testimoni instancabili di pace, sia concesso anche a noi—nel nostro ambito di studio, di ricerca, di decisione, di comunicazione—di servire la gentilezza e di ripudiare la crudeltà, perché il futuro torni ad essere una speranza condivisa e inclusiva per tutti, libera e liberata dalle ipoteche di pochi”.
Greenaccord ETS
Fondata nel 2003, Greenaccord ETS è un’associazione culturale italiana che opera a livello nazionale e internazionale nel campo della formazione e dell’informazione sui temi ambientali e sociali. L’associazione promuove il dialogo tra giornalisti, scienziati, istituzioni, imprese e mondo della cultura, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo dell’informazione come strumento di consapevolezza, responsabilità e cambiamento.
Attraverso l’organizzazione di forum internazionali, giornate di studio, seminari e iniziative culturali, Greenaccord lavora per valorizzare il giornalismo ambientale di qualità, favorendo la diffusione di buone pratiche, modelli di sviluppo sostenibile e soluzioni concrete alle sfide globali. Al centro della sua attività vi è la convinzione che la tutela della natura e della “casa comune” richieda non solo competenze tecniche, ma anche una profonda riflessione culturale, etica e sociale.
Nel corso degli anni, Greenaccord ha collaborato con numerose istituzioni nazionali e internazionali, tra cui organismi della Santa Sede, ministeri, ordini professionali, università e organizzazioni internazionali, contribuendo alla costruzione di reti di cooperazione e di confronto tra territori e comunità diverse. Il Forum Internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura rappresenta l’espressione più significativa di questo impegno, configurandosi come uno spazio permanente di dialogo globale sui temi della sostenibilità, dell’innovazione e della responsabilità condivisa.


