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Economia circolare, il paradosso italiano: leader in Europa ma debole per importazioni

L’Italia si conferma campione d’Europa per l’economia circolare, con performance di riciclo e produttività delle risorse che staccano nettamente la media UE. Tuttavia, l’8° Rapporto del Circular Economy Network rivela un’allarmante vulnerabilità: siamo il Paese più dipendente dalle importazioni di materiali (46,6%), un tallone d’Achille che le crisi geopolitiche rendono insostenibile.
 
Mentre l’Europa si prepara a un nuovo Circular Economy Act, il report, realizzato con ENEA e Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, analizza le sfide: dal calo degli investimenti ai ritardi del PNRR, proponendo 10 azioni per trasformare la circolarità in una vera leva di sicurezza strategica.
 

Roma, 14 maggio 2026 – L’Italia si presenta con una doppia faccia alla Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare 2026: da un lato è leader in Europa per la circolarità, dall’altro resta il Paese più esposto e dipendente dalle importazioni di materiali tra le grandi economie dell’UE. Un paradosso evidenziato dall’8° Rapporto sull’Economia Circolare, promosso dal Circular Economy Network in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e con ENEA.

I dati parlano chiaro: il 46,6% delle materie prime che trasformiamo arriva dall’estero, una quota quasi doppia rispetto alla media UE (22,4%) e ben superiore a Spagna (39,8%), Germania (39,5%) e Francia (30,8%). Una dipendenza che ha un costo sempre più salato. Nel 2025, la spesa per le importazioni ha toccato quasi 600 miliardi di euro, con un balzo del +23,3% dal 2021, nonostante una riduzione dei volumi. A pesare è soprattutto il costo dei metalli come nichel, rame e acciaio, cresciuto del 18% e responsabile del 40% del valore totale delle nostre importazioni.

Un primato europeo con un’ombra pesante: la dipendenza dall’estero

Le tensioni geopolitiche, dalla crisi dello Stretto di Hormuz alle frizioni con la Russia e i dazi, non fanno che aggravare una pressione già esistente. Il rapporto OCSE Inventory of Export Restrictions on Critical Raw Materials 2026 mostra come, tra il 2009 e il 2024, le restrizioni all’export di materie prime critiche (litio, cobalto, nichel, terre rare) siano quintuplicate. Un’ondata di protezionismo che rende la transizione circolare non più solo una scelta ambientale, ma una necessità per la sicurezza e la competitività del nostro sistema produttivo.

La circolarità come necessità strategica, non solo ambientale

Come osserva Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, il dibattito pubblico è troppo concentrato su una sola parte del problema.
“Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella altrettanto critica legata a numerose materie prime, decisive per la sicurezza degli approvvigionamenti e soggette a forte volatilità dei prezzi. Una maggiore circolarità dell’economia – che implica un uso più efficiente dei materiali, una riduzione del consumo di materie prime attraverso il riciclo dei rifiuti, e un ricorso più ampio alla riparazione, al riutilizzo e all’uso condiviso, insieme a modelli di consumo più sobri e responsabili – diventerà sempre più una condizione imposta non solo dalla crisi climatica e dalla limitatezza delle risorse, ma dal contesto geopolitico. La circolarità è ormai un contenuto essenziale di una politica industriale all’altezza dei tempi”.

L’Europa non corre abbastanza: il target 2030 è a rischio

Anche a livello continentale, la strada è in salita. Nonostante le nuove direttive su rifiuti, imballaggi, ecodesign e diritto alla riparazione, l’Europa mantiene un tasso di utilizzo circolare dei materiali fermo a un modesto 12%. I consumi di materie prime, in gran parte importate, continuano a crescere. Di questo passo, l’obiettivo di raggiungere il 24% di circolarità entro il 2030 appare lontano. Per questo si attende con ansia il Circular Economy Act, una nuova legge quadro prevista per fine anno che dovrebbe imprimere la necessaria accelerazione.

Le 10 proposte per accelerare la transizione circolare

In vista del nuovo atto legislativo europeo, il Circular Economy Network avanza dieci proposte concrete, tra cui:

  1. Creare un mercato unico per le materie prime seconde.
  2. Rafforzare il recupero di rifiuti elettronici e materie critiche.
  3. Estendere la responsabilità del produttore a tutte le filiere.
  4. Introdurre incentivi fiscali per riparazione e riuso.
  5. Usare gli appalti pubblici come leva per i mercati circolari.

Fosforo, magnesio, acqua: la nuova frontiera della sicurezza passa dal riciclo

Una sezione del rapporto curata da ENEA lega direttamente la circolarità alla sicurezza nazionale. Il Critical Raw Materials Act impone che entro il 2030 il 25% delle materie prime critiche provenga dal riciclo.
Il fosforo, essenziale per i fertilizzanti, ci vede dipendenti dall’estero per l’82%, con fornitori come Russia e Marocco. Il rapporto indica i fanghi di depurazione come una “miniera urbana” strategica e sottoutilizzata. Ancora più critica la situazione del magnesio, con la Cina che controlla l’88% della produzione mondiale e una dipendenza UE totale. Qui, la desalinizzazione circolare emerge come soluzione: la salamoia di scarto contiene elementi preziosi, con un valore potenziale di oltre 200 euro per metro cubo.

“L’attuale crisi geopolitica ha evidenziato la vulnerabilità del nostro sistema produttivo che dipende per il 46,6% dall’importazione di materie prime”, sottolinea Claudia Brunori, direttrice del dipartimento ENEA di Sostenibilità. “Anche se il nostro Paese ha sviluppato una grande capacità di riciclo e produttività delle materie prime, è quanto mai necessario un cambio di paradigma improntato sullo sfruttamento delle nostre ‘miniere’ urbane e sull’uso efficiente delle risorse lungo la catena di valore, a partire dalle fasi di progettazione e produzione. In questo contesto, ENEA è fortemente impegnata nello sviluppo e nel trasferimento di soluzioni tecnologiche avanzate che possono imprimere una decisa accelerazione verso la circolarità; tuttavia, per generare un effetto sistemico e duraturo, occorrono anche strumenti normativi e finanziari adeguati”.

I numeri di un’eccellenza: i dati che confermano la leadership italiana

Nonostante le criticità, i primati italiani restano impressionanti:

  • Tasso di utilizzo circolare di materia (CMU): 21,6%, il più alto in Europa (media UE 12,2%).
  • Tasso di riciclaggio totale dei rifiuti: 85,6%, più del doppio della media UE (41,2%).
  • Produttività delle risorse: 4,7 euro di PIL per ogni kg di risorsa, contro una media UE di 3 €/kg.
  • Riciclo degli imballaggi: 76,7%, contro una media UE del 67,5%.

Il nodo degli investimenti: perché rallentiamo proprio ora?

Qui emerge la contraddizione più grande. Proprio quando servirebbe accelerare, gli investimenti privati nel settore sono calati da 13,1 a 10,2 miliardi di euro tra il 2019 e il 2023. Anche il PNRR, con oltre 1.100 progetti finanziati, arranca con una spesa ferma al 17% a ottobre 2025. L’occupazione nel settore, pari a 508.000 addetti, ha subito una flessione del 7%. Segnali che l’eccellenza ambientale dell’economia circolare italiana non si è ancora tradotta in un solido modello di crescita economica.

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